Come difendersi se la casa presa in affitto presenta macchie di umidità, infiltrazioni di acqua, muffa e allagamenti? Non certo diminuendo o, peggio, sospendendo del tutto il pagamento del canone di locazione. Questa è infatti una forma di autotutela non consentita dalla legge se non quando l’immobile è completamente inservibile e l’inquilino è costretto ad abbandonarlo. Diversamente, se continua a viverci, l’unico modo per ottenere giustizia ed, eventualmente, una diminuzione dell’affitto è rivolgersi al giudice. Solo il magistrato può determinare la misura del danno patita dal conduttore costretto a vivere dentro quattro mura umide ed, eventualmente, stabilire un risarcimento a suo favore. È questo l’indirizzo unanime della giurisprudenza, ribadito di recente dal tribunale di Milano [1].     Vietato ridurre da soli il canone di affitto Il principio fissato ormai costantemente dalle aule del tribunale è il seguente: il conduttore non può autoridursi il canone nel corso della locazione anche se l’appartamento presenta vizi sopravvenuti tali da limitarne l’uso. Infatti, il versamento di un corrispettivo in misura diversa da quella pattuita costituisce un fatto arbitrario e illegittimo. La conseguenza è che l’affittuario passa dalla parte della ragione a quella del torto perché il padrone di casa può anche intimargli lo sfratto per morosità visto il suo inadempimento rispetto a quello che è un obbligo contrattualmente fissato dalle parti. Né rileva il fatto che l’inquilino abbia più volte sollecitato, a mezzo di diffide inviate con raccomandata, gli interventi sull’immobile, da parte del locatore, per renderlo vivibile. Se il padrone di casa non si è mosso, l’unica forma di tutela è rivolgersi al giudice, ma mai farsi giustizia da sé. Fonte: La Legge è uguale per tutti. Informazione e  consulenza legaleLeggi tutto l’articolo QUI:  https://goo.gl/kKwZeI  

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